Anime candide e candidissime

Bisogna proprio dirlo. Quando l’Urss si è dissolta e ha cessato di essere una minaccia per l’Europa, la cosa migliore da fare, hanno pensato gli strateghi NATO, è stata quella di mettere all’angolo il vecchio orso russo agonizzante, togliendogli la terra da sotto i piedi. D’accordo che i vecchi satelliti d’oltrecortina non se lo sono fatto dire due volte, e che ancora oggi confermerebbero la scelta di fuggire dalle grinfie dell’orso che li ha tenuti sotto, coi despoti-burattini pilotati da Mosca, con le primavere andate a finire in inverni senza fine. Era lì che doveva farsi sentire l’Europa, era lì che si doveva credere in un diverso ordine del mondo, senza più patto di Varsavia, ma pure senza più NATO in Europa che facesse finta che il mondo fosse ancora diviso in due blocchi. E così la NATO si è presa lo spazio che avrebbe dovuto essere dell’Europa. E in quell’orticello, in quel piccolo cortile che ormai separava i vecchi satelliti dai nuovi confini della Santa Madre Russia, è nata la malapianta della rivalsa. E così quando l’orso russo, umiliato e con le grinfie limate, si è rialzato, ci si è ritrovati tra i piedi la vecchia cortina di ferro, come se nulla fosse accaduto, come se i muri fossero crollati invano.

Ma ora, però, qualcuno deve fare una scelta. Le anime candide che intonano con voci bianche le ragioni della pace, che piangono sdegnate lo strazio dell’Ucraina, ecco ora proprio ora, come allora, tali anime candide devono fare una scelta, che hanno ritardato di fare a suo tempo, quando si sono spellate le mani ad applaudire lo zar che imbracciava un mitra di dita contro i giornalisti per falciarli, quando si trattava di tollerare che gli oppositori fossero avvelenati, uccisi, fatti sparire, messi a tacere. E invece hanno pensato bene di farci affari, di farsi un giro sugli yacht degli ‘oligarchi’, aka i mafiosi che si sono arricchiti depredando le ricchezze naturali della Russia e facendole loro, da statali che erano.

Le anime della destra nostrana che si fregia di chiamarsi estrema, ma anche i ‘moderati’ di berlusconiana memoria, che hanno ballato la polka con lo zar, che hanno visto nel despota un modello, dovrebbero dire finalmente dove stanno: dalla sua parte, da quella del dispotismo, dalla parte di chi si fa eleggere leader a vita e snatura la democrazia in governo autoritario, oppure di voler stare con l’Occidente e i suoi valori. E dovrebbe dirlo anche chi è stato troppo tiepido coi metodi liberticidi, che ha pensato di non vedere quello che gli Erdogan, gli Orbàn e i Lukaschenko hanno fatto indisturbati, a spese dei loro popoli. Ci crediamo alla democrazia? O vale solo a corrente alternata, vale solo quando conviene? Quando dall’altra parte ci stanno i Gheddafi, i SaddanHussein, i Talebani, gli ayatollah? O vale anche quando ci rovina gli affari?

Dovremmo dire se stiamo con Trump, o con la democrazia che ci ha allevati. Perché non si può indossare una doppia casacca: quella degli aguzzini della libertà e quella dell’autocrazia, del privilegio, del governo totalitario dell’uomo forte. O l’una o l’altra, una buona volta. Sappiamo tutti che vi siete beati della democrazia e delle sue libertà, ma per farvene beffe: farvi eleggere in parlamento mentre venerate i busti del dvce, così quando toccherà voi non ci sarà più bisogno di parlamenti, né di elezioni.

Ma ci sono pure le anime candidissime, che sono una specie rara e di difficile osservazione. Pochi, ma ostinati, loro direbbero ‘saldi nelle loro idee’. Per codesti l’ideologia è il pane quotidiano, nonostante tutto e tutti (i morti). Per loro, ahimè, la Russia è sempre il suolo dove splende il sole dell’avvenire, il sistema rivale del mostro capitalistico, che invece, ahi loro, la Russia riverisce come e più dell’Occidente consumista. La Russia non è più comunista, ma un regime in cui le forze del capitale non hanno neanche i deboli correttivi che vigono in qualche angolo dell’Occidente. Oligarchie finanziarie ed ecomafie del gas, miliardari abili nel nascondere petroldollari nei paradisi offshore, sono considerate da tali anime candidissime ancora ultime vestigia dell’antisistema. Così pure la Cina, che ha prodotto un capitalismo aggressivo e cannibale, che è riuscito a farsi chiamare ancora comunismo, pure sfruttando e massacrando i lavoratori.

Ebbene anime candide e candidissime da che parte state? Dalla parte di Putin, Trump, Xi Ji Pin o dalla parte del debole Occidente, oppure vi nascondete ancora dietro la cortina di ferro della pallida democrazia, che avete contribuito a far impallidire?

È ora che ci facciate sapere come vi siete schierati, perché la cosa tocca da vicino le vostre terga.

Putin ha inanellato una serie di successi politico-diplomatici, militari e culturali, in questi anni, prima dell’aggressione in Ucraina. Il soft power russo, che era soft solo per chi non assaggiava il novichock, stava cominciando a diventare indigesto, ma non se ne sono accorti in molti. Prima del 2022 i capitali russi si sono infilati nelle università, nella city di Londra, i russi hanno interferito nelle elezioni americane e in tutte quelle dei maggiori pesi dell’Occidente, foraggiando movimenti di destra estrema, mettendo al suo soldo sperticati prestigiatori. E queste sono notizie che vengono fuori da indagini giudiziarie (Savoini-Salvini), rilevazioni dei servizi segreti sulle intromissioni nella vita politica del Regno Unito, sui mica tanto occulti finanziatori della Brexit, sui soffiatori di fuoco indipendentista catalano, sui voxisti, sull’Afd, sui lepenisti, sui filo-russi a random impicciati nelle democrature ungherese, turca e via dicendo. Mai come prima del 24 febbraio 2022 la Russia ha disposto di una così ampia capacità di influenzare la vita politica dei paesi occidentali, e allo stesso tempo, ha potuto essere corteggiata per i suoi capitali gassosi e petroliferi, mentre i suoi oligarchi, invitati in tutti i salotti buoni della finanza, incrociavano al largo sui loro yacht. Senza parlare della posizione di forza di cui gode la Russia in Medioriente e dei suoi rapporti con la pesantissima Cina.

Dalla crisi dei sub-prime nel 2008, all’assalto per Capitol Hill dei trumpiani, alla risposta della pandemia, l’Occidente ha dimostrato le sue enormi vulnerabilità e l’occasione si è fatta ghiotta. A proposito di pandemia si sa che i gruppi antiEuropa, antimask, antivax, antipass sono stati tutti debitamente infiltrati dalla Russia (rapporto dell’intelligence europea).

Ora Putin ha deciso di cambiare gioco, basta col soft power, e via con l’hard power, gioco nel quale si sente decisamente più a suo agio. L’aggressione dell’Ucraina è un cambio di passo, l’Occidente è ormai ritenuto debole al punto giusto da tentare la spallata, prima che la Cina sia in grado di infliggere la sua. In tutto questo i furbi nostrani, Salvini in primis, avevano pensato, nella migliore delle ipotesi, di servirsi della Russia che gli allungava generosamente capitali, gli dava mezzi (hacker, intelligenza informatica, ecc…) per i loro scopi, come se la Russia non facesse sul serio. Invece adesso il gioco è chiaro. Ebbene, che faranno questi personaggi? Con chi staranno le anime candide e candidissime mentre l’Occidente in cui hanno costruito le loro fortune sta per essere aggiogato allo zar, o in futuro al grande timoniere della Cina?

La Patetica

Il silenzio… perché il silenzio ha in sé tutta la musica taciuta, poi un movimento lento, angoscioso, lamentoso, ma dignitoso come un sospiro. Finché non fiorisce una corolla di archi.

Poi a balzi si rincorrono i violini, ne viene fuori una marcia, quasi cadenzata: circoli e ricircoli di corrente che increspa l’acqua del fiume che cresce, si arricchisce della forza dei ruscelli, che si riversano nella processione di note, un tappeto fitto di nodi e sempre più consistente finché, come in una domanda, i toni s’innalzano, interrogano il cuore e poi… e poi l’esplosione, la corrente che travolge, l’impeto, il guizzo della scarica dell’adrenalina, l’emozione, come un fuoco d’artificio che spacca il cielo e lo regala alla luce, per un attimo lo sottrae al dominio della notte. Ma poi tutto si tace, ripiomba nella quiete, ritorna alla pianura degli archi, ogni tanto interrotta dal pianto dei fiati. E così via.

Somiglieranno a questo i boati delle bombe su Kiev, su Mariupol e su Odessa? Qualcuno dei soldati impegnati a falciare i nemici, chiunque siano, ha mai ascoltato la Patetica di Tchaikovskij? Ha mai sentito la stretta allo stomaco dei sensi di colpa di Raskolnikov? Forse. Ma quando parlano i fucili, quando i generali muovono le divisioni sulle loro cartine, come fossero le fiches di un casinò, tutto questo non conta. E qualcuno direbbe che non ha mai contato. Quello che vige è la logica della violenza che è sempre e ostinatamente la stessa: chi colpisce per primo, colpisce più forte. Chi distrugge il suo avversario prima che egli possa rispondere, vince. E l’alibi è che la violenza è una volta per tutte, che gli orrori della guerra – sì li conosciamo tutti gli orrori della guerra – passeranno in secondo piano, quando il nemico sarà steso al suolo, cadavere. La violenza è una volta per tutte, basta colpire più forte o prima che l’avversario reagisca, anzi continuare a colpire fino a quando ormai non c’è più reazione. Ecco allora l’adrenalina che pizzica le vene, come una sinfonia dei sensi, arriva poi la vittoria su quella voce noiosa e lamentosa che ci ammorba l’anima, che è messa a tacere dalla forza che viene dalle viscere, quella forza che si bea di vederle le viscere del nemico, sparse all’aria come una messe stesa al sole.

Quest’istinto ce lo portiamo dietro da quando squartavamo la cacciagione con l’ossidiana, non importa se non ci spingerà solo a far brandelli del nemico o se pigiando bottoni si possano irradiare i raggi di soli venefici, e se anche noi saremo costretti a subirne l’abbraccio mortale, non importa. Chi colpisce per primo, colpisce più forte: è così, è sempre la stessa logica, fotocopiata dalle pitture rupestri, non conta se oggi non maneggiamo più frecce di denti foca o lance di cipresso.

Bisogna decidersi, una buona volta, siamo veramente sempre gli stessi? Se sì, ci meritiamo di non esserlo più.

L’uomo toro

Quest’uomo che mostra le corna

ed il petto villoso al mondo,

lotta per essere lui il toro da monta,

per ingravidare lui le fattrici:

non l’uomo nero o il giallo.

In un mondo in cui non c’è più posto

per la supremazia del maschio-toro,

in cui le mandrie si ibridano,

l’uomo-toro bianco rischia di essere isolato,

di perdere i suoi privilegi,

di non avere più schiave e schiavi

che gli nettino il deretano dagli escrementi.

Humani nihil a me alienum … eh no!

Ho fatto molta strada rispetto all’uomo-toro

che ingravida le fattrici,

io non faccio più parte di una mandria.

Se non capisci la mia lingua

è perché non hai smesso di raspare

cogli zoccoli nel fango.

Se fossimo in guerra

Da bambino, e poi ancora negli anni successivi e fino ad oggi, mi sono sempre detto fortunato di non aver vissuto dentro una guerra. Quando guardavo un film o leggevo un libro di storia, ho sempre pensato che non ce l’avrei fatta a vivere una guerra. Come prima cosa sarei stato reclutato e avrei dovuto imbracciare un fucile e – cosa che mi raggela il sangue a pensarla – avrei dovuto sparare a un mio simile. Non ci sarei riuscito. Un tempo mi sarei detto che è perché sono un debole, ma con gli anni ho capito che non è così. Non è neanche perché non mi reputo bravo con le armi da fuoco (da militare i miei tiri al poligono erano disastrosi), ma perché l’idea di troncare la vita di un altro mi distrugge. Non tanto nell’atto in sé, per il quale – ahimè – credo di poter trovare la freddezza necessaria, ma per il sentimento col quale avrei dovuto convivere per il resto della vita. Mi sarei chiesto: ma io merito di vivere più di quel disgraziato che ho ucciso? Come posso aver sottratto alla vita uno come me? Chi mi ha dato il diritto di metterlo a tacere per sempre, di sottrarlo alla luce al calore del sole? E poi ancora, e peggio che mai, temo che avendo imparato ad uccidere, nella stessa situazione avrei ripetuto quel gesto, accettandolo ormai come naturale: è la guerra! È il naturale istinto alla sopravvivenza! Alla fine della guerra la mia vita sarebbe stata equivalente al mucchietto dei corpi di quelli che avrei ucciso, perché io ho il diritto di tutelare la mia esistenza, se qualcuno la mettesse in dubbio. Chissà perché tante volte ho sognato di avere dei morti sulla coscienza e in sogno questi morti mi perseguitavano, mi chiedevano conto. Oggi qualcuno dice che viviamo come se fossimo in guerra. Non è vero! Non devo sparare a nessuno e non si verificherà il momento in cui tra il virus e me ci deve essere uno che spara per primo. Magari!In quell’occasione troverei tutta la forza e tutta la destrezza per togliere dall’esistenza questo nemico non umano, che non sente e non vede, non apprezza la luce e il calore del sole, non soffre. Per fortuna non siamo in guerra, non ci sono case bombardate, ponti crollati, gente finita sotto le macerie, soldati che si uccidono per le strade, civili impiccati, rappresaglie, eco dei mitra nelle strade al posto delle ambulanze che corrono al pronto soccorso. Non siamo in guerra, non lo siamo, se non contro di noi, contro la nostra stessa umanità. Possiamo soccombere ed essere peggiori di quando la guerra, che noi ci siamo dichiarati, sarà finita e arriverà finalmente la pioggia salvifica dal cielo.

Paura dei fantasmi

Sono quasi due mesi di reclusione, senza aver commesso reato, tranne quello di devastare tutto quello che ci circonda, di consumare e produrre immondizia, di bruciare il pianeta, affogarlo, soffocarlo nel gas. In effetti è giusto, sacrosanto, non si può stare in casa, ogni santo giorno chiusi in casa, a non fare nulla; e se si mette il naso fuori, c’è subito un carceriere che chiede la carta, il salvacondotto, per andare in farmacia. O si hanno gli occhi puntati della dirimpettaia che arringa dal balcone: dove vai? Stai dentro! All’inizio era bello cantare dai balconi, ma ogni giorno stare in casa a non fare nulla, coi bambini che strillano, i coniugi nervosi, la TV che non dà neanche le partite. Perché non ci si può allontanare che per pochi metri, come ci fosse un guinzaglio. Ma che male c’è se si fa una passeggiata nel bosco? Se si va in bici sul lungolago? Ognuno per conto proprio, che male c’è? Ma arriva la volante e fa la multa, perché l’aria fresca è diventato un reato penale. C’è di male che per molti le regole sono elastiche, e nessuno pensa di infrangerle, pensa che siano gli altri a farlo. Più è stretta la catena, meno ci si allontana: è una regola che vale per i cani e va bene, adesso, anche per gli umani, almeno per molti, per quelli che non sanno vivere coi fantasmi. Ma uno deve riaprire, l’azienda, il negozio, il ristorante… Non importa che questo metta in pericolo tutti gli altri, non importa che la reclusione sia servita a diminuire i treni dei morti, quelli che partono alle sei di sera durante la conferenza stampa. Il contagio riguarda gli altri, quelli che lo portano, uno si deve guadagnare da vivere. Anche se quelli che veramente si devono guadagnare da vivere, stanno ancora lì, sotto il sole a raccogliere pomodori a 2 euro all’ora o preparano gli ordini da distribuire ai signori che stanno chiusi in casa e smaniano di libertà. Quelli… a cui si nega il diritto di esistere, quelli che rubano il lavoro, quelli sporchi… che portano le malattie. Ma la ragione vera, che non dicono neanche a loro stessi, per cui non riescono a starsene chiusi in casa, è una ed è più odiosa del virus: che non sanno stare coi loro fantasmi. Che non sono abituati alla solitudine, alla divisione dal resto del mondo. Una musica triste o vecchio libro non allietano. E allora uscite, andate a messa a cantare le lodi a cui non credete, genuflessi davanti ai crocifissi che vedete solo incorniciati, andate a fare i vostri affari, a procuravi da vivere. I fratelli d’oltreoceano consigliano di potare con sé un fucile carico, non si sa mai: col virus può servire. Uscite! Non è vero che se vi contagiate fate del male a tutti gli altri, perché quelli che saranno fuori sarete voi e quelli come voi, che non sanno stare coi propri fantasmi. Quando sarà tutto finito, quando sulle strade avranno attecchito le edere e sbucheranno cespugli sulla tangenziale, allora usciranno quelli che sono rimasti chiusi nei loro mondi, loro insieme ai loro fantasmi.

Grazie ai Britannici

Image result for robert burns staue

Dovremmo avere rispetto per i britannici. Anzi dovremmo fargli un monumento nelle nostre città, perché se ne serbi il ricordo, si serbi il ricordo del loro sacrificio. Perché non capiti anche a noi quello che loro hanno scelto, perché noi vedessimo prima in che abisso si precipita. Un monumento che ricordi che un paese civile, prospero, con una delle economie più forti del mondo, un paese da sempre proiettato nel mondo dei commerci, degli affari, delle intermediazioni, un paese leader del soft power dell’istruzione universitaria, sia poi retrocesso ad una paese di bottegai, isolani, che hanno rinunciato volontariamente alla loro prosperità, che per primi hanno fatto vedere sulla loro pelle quali sono i frutti della politica fatta a colpi di fake news e bot impiegati dal marketing elettorale, un paese che ha dimostrato dove si va a finire non votando con la pancia, ma con l’ultimo intestino. In particolare dovremmo ricordare gli ultimi, quelli che hanno subito nella loro carne le ferite inflitte da questa scelta, una scelta delle élites, che comunque stanno bene lo stesso, che comunque si curano già in America e non hanno bisogno dell’NHS, gli ultimi che hanno votato contro se stessi, che non hanno certo la scusante di essere stati ingannati. Perché hanno dimostrato cosa significa arrendersi alle semplificazioni, infischiarsene di andare a fondo delle notizie e ragionare sulle cose; hanno fatto vedere che cosa significa dar retta al primo impulso, alle paure soffiate come fumo negli occhi. Grazie per il vostro sacrificio!

Then let your schemes alone, in the state, in the state
I let your schemes alone in the state
I let your schemes alone
Adore the rising sun

And leave a man alone, to his fate
To his fate
And leave a man alone, to his fate

(“Ye Jacobites, Robert Burns)

Cassandra

Qualcuno dice che in questi tempi bui non ci si dovrebbe chiudere nel proprio guscio, nelle proprie certezze, nel proprio rancore per il mondo che non va come vorremmo noi. L’intellettuale, se questa parola ha ancora senso, non può dare la colpa al popolo, se poi questo vota Trump, Salvini, Orbàn, Johnson. Bisogna capire il popolo, bisogna partire dal fatto che in questi anni esso è stato tartassato dalle politiche economiche, ha perso potere d’acquisto, ha perso il lavoro, è soffocato dalle tasse, in Italia, in particolare, ha perso molti dei privilegi di cui hanno goduto le generazioni precedenti.

– E infatti il popolo vota proprio per quelli che l’hanno tartassato. Come fa a non riconoscerli?

Questo popolo tartassato e offeso, vilipeso e lasciato indietro ha finito per sentire le belle sirene che gli gridano nelle orecchie e non le vecchie Cassandre che cercano di farlo ragionare; si è adagiato nelle braccia del populismo, di chi giura e spergiura di stare dalla sua parte, di chi spara contro le élites (essendone parte), di chi si professa difensore degli ultimi, essendo però ricco e benestante. Da Berlusconi a Trump i miliardari che hanno messo su imperi fondati sulla frode fiscale, sui rapporti con apparati deviati dello Stato, sono i veri paladini del popolo, sono uomini del popolo, e il popolo li segue. Anche quando i ricchi devastano la sanità pubblica (Trump vs Obamacare) o minacciano di svendere il sistema sanitario pubblico alle assicurazioni private americane (Johnson vs NHS) il popolo è con loro. In fondo il popolo non ha mai avuto vere rassicurazioni dai ricchi o dai loro lacchè che le loro doléances sarebbero state ascoltate. Nessuno dei ricchi o chi per loro, oltre le promesse, fa veramente qualcosa per il lavoro, le pensioni, la sanità pubblica, gli asili nido. Come potrebbe, infatti? Come potrebbe veramente un super ricco fare gli interessi della sanità pubblica, lui che non vuole pagare tasse per rimpolparla? Cosa dovrebbe fare un super ricco che manda i figli nelle scuole private per signorini, per la scuola pubblica dove vanno i figli del popolo? Dovrebbe aumentare le tasse per sé e per i suoi? I ricchi queste cose non le fanno e il popolo lo sa, e li vota. Una cosa la fanno però: trovare qualcuno che sta peggio e usarlo come baubau. Usare gli immigrati e i profughi per far credere al popolo tartassato che sono loro che gli rubano il potere d’acquisto, il lavoro, gli fanno pagare le tasse, gli devastano la sanità. E’ colpa dell’Europa se un operaio dell’industria nel Nord dell’Inghilterra fa una vita grama. È un gioco semplice e vecchio. E la storia non è mai magistra, ma solo una vecchia Cassandra.

Quando esisteva il proletariato, una delle rivendicazioni di fondo era che il sistema sarebbe cambiato, non ad esclusivo vantaggio dei proletari, ma per arrivare ad una redistribuzione equa delle ricchezze, per arrivare ad un’affermazione positiva dei diritti per tutti. Ora che non esiste più il proletariato, (e se esistesse, oggi assomiglierebbe di più agli immigrati e ai profughi) esiste invece una borghesia disgraziata che persegue il male altrui, la negazione dei diritti (il diritto d’asilo, lo ius soli,i diritti civili, le famiglie diverse dalla propria, ecc…). Quello che vuole questa borghesia, o quello che è, non è affrancarsi dall’oppressione, non protesta contro la mancanza di lavoro, le condizioni disastrate delle infrastrutture, la diseguaglianza dei trattamenti economici, ma si abbarbica a quel poco che gli è rimasto e che gli sembra un privilegio che non vuole spartire con altri.

Un nero d’America che vota Trump, un meridionale italiano che vota Lega, un portuale inglese che vota Johnson sono consapevoli di votare per qualcuno che non gli garantisce una redenzione, un miglioramento delle condizioni di vita: non ci credono neanche loro. Ma gli basta di votare per qualcuno che se non altro gli promette di tener lontani altri che possano anche solo lontanamente avvicinarsi alla sua ciotola e pretendere di mangiare. Non hanno più fiducia nella politica e votano la negazione della politica. Non è un’opinione o una posizione ideologica la loro: è un latrato.

In questa situazione cosa dovrebbero fare gli intellettuali? Quelli che hanno avuto la fortuna di poter guardare oltre, quelli che non sono caduti nella trappola dei populisti, e che vorrebbero fare qualcosa per il mondo in cui vivono, magari anche solo per non affondare insieme ad esso?

– Dovrebbero cercare di capire il popolo.

Eh già! Cercare di vincere la repulsione per un soggetto così imbruttito dal suo egoismo (che non è neanche un egoismo di classe) e cercare di comprendere le sue ragioni profonde, capire le radici del disagio. Magari farsi carico anche degli errori che gli intellettuali hanno commesso in passato. Ma come si fa a capire le ragioni profonde del popolo abbrutito?

– Prima di tutto capendo che si tratta di fenomeni complessi.

Certo, ogni populismo ha diverse cause generative. Non tutte sono riconducibili a quelle elencate sopra. Ci sono categorie specifiche che hanno scelto in base a esigenze specifiche, come possono essere i neri americani di una particolare città, magari minacciati dalla crisi del mercato dell’auto, o meridionali italiani traditi dai partiti di centrosinistra e per questo approdati alla Lega, che da sempre li considera ‘terroni’. Come si fa allora a capire le ragioni del popolo?

– Bisogna entrare nella loro testa, sentirli parlare, vedere ciò che guardano in TV, ciò che leggono sui giornali o quello che condividono sui social…

Ok, credo allora che forse per un po’ sia giusto che il popolo naufraghi nella sua miseria, io preferisco leggere un bel libro, piuttosto che cercare di capire quanto sia istruttivo vedere un talk show di Maria De Filippi o una competizione di cuochi, leggere un giornale scandalistico tipo the Sun, commentare le ultime notizie del calcio mercato. Nessun dottore me lo ha prescritto, anzi …

In fondo anche io ho i miei diritti e non è colpa mia se il popolo nei tempi in cui vivo, ha deciso di affogare.

In fondo a Cassandra quale vantaggio ha dato il dono della profezia? Aver visto il male prima che si verificasse e aver vissuto in attesa della sua fine, solo per poter dire che il fato poi si sarebbe scatenato sui suoi carnefici… Ben magra consolazione, povera Cassandra!

Il ponte di Verona

Un sole timido intiepidisce le pietre del Ponte di Castelvecchio sull’Adige, a Verona: c’è gente che percorre l’arco del ponte a passo veloce, non ha tempo di guardare l’acqua del fiume che scorre né di gettare uno sguardo sulla città; oggi c’è il convegno. È da tempo ormai che si preparava il convegno: “bisogna ribadire il ruolo della famiglia”.

E questo che significa? Chiederebbe un ignaro passante ai convenuti di Verona.

C’è qualcuno che ha deciso di strappare i figli alle madri? O di sopprimere le gravidanze di donne che hanno concepito i loro pargoli in lecite nozze?

Niente di tutto questo, grazie a Dio!

O c’è chi ha pensato di separare coppie giustamente convolate a nozze? Ma neanche questo, voglia Iddio. E allora? C’è un disgraziato Governo che non sostiene economicamente le famiglie, non costruisce asili, lascia che siano i genitori a pagare rette altissime agli asili privati, non incentiva né difende il diritto alla maternità con permessi, garanzie di retribuzione?

Beh, a dire il vero… ma non è questo il punto.

– Oggi è in atto un attacco alla famiglia e alla sacralità stessa della vita. E poi c’è chi ha aizzato le donne che rivendicano la loro autodeterminazione diventando rancorose verso l’uomo. E le adozioni di coppie omosessuali, gli uteri in affitto. Insomma si mette in dubbio la forma più naturale di convivenza umana: la famiglia.

– Ma se esistono famiglie ‘diverse’, se orfani possono essere adottati anche da partner dello stesso sesso, se una coppia che non può avere figli utilizza i mezzi che la medicina gli offre, perché questo metterebbe in difficoltà la famiglia tradizionale?

– Perché è contro la Bibbia! È contro Dio!

– Ah, allora mi sa dire in quali versetti della Bibbia si parla di utero in affitto o di stepchild adoption…

– Ora ho fretta di andare al convegno e non ho tempo di scartabellare la Bibbia. Ma le dico subito che non ci sono riferimenti, perché si tratta di diavolerie moderne, queste cose non esistevano nel passato. Esiste nella Bibbia però la condanna dell’omosessualità.

– Ah sì, beh certo. E la sottomissione della donna?

– Quale sottomissione, scusi?

– Beh, che la donna sia rancorosa se pensa alla sua ovvia autodeterminazione, che il suo ruolo naturale è quello di stare a casa e sfornare figli?

– È un discorso lungo… Ma non vede come siamo andati a finire con queste famiglie disgregate e disgraziate: divorziati, bambini contesi, donne che fanno le manager e abbandonano i figli, i quali crescono senza un’educazione… I figli hanno bisogno di un riferimento costante, di una figura materna e di una paterna.

– Infatti, è il padre che però deve portare i soldi a casa e quindi si vede di meno, insomma, non sarà certo il padre a cambiare pannolini…

– Ma che dice? Le donne lavoratrici hanno creato una società di disperati: figli abbandonati anche se con genitori non divorziati, figuriamoci quando i genitori sono divisi!

– Insomma è la donna che si deve sacrificare.

– Non è un sacrificio: la maternità è un dono ed è, a detta di moltissime donne, il periodo più bello della vita!

– Anche degli uomini, direi…Sa, che le dico?

– Mi dica…

– Mi ha convinto. Ha ragione lei. C’è un testo dove queste cose stanno scritte per bene, dove le donne devono portare rispetto ai mariti, dove devono coprirsi e non mostrarsi in giro…

– Sì, sì giusto… anche questo. Ma non vede come vanno in giro, come si mostrano in televisione? Scosciate, scollate, sguaiate?

– Vero. E gli omosessuali non vanno tollerati, sono malati, corrotti, impuri.

– Esatto, una buona volta! È così, bisogna dirlo, basta con questa finta accondiscendenza.

– Guardi, mi spingerei anche a dire che vanno puniti in modo esemplare, con le frustate per esempio… lasciamo stare la lapidazione… ma ha avuto un suo senso in passato.

– E diciamolo, diciamolo, evviva! Allora vede che siamo d’accordo?

– Certo.

– E qual è questo testo?

– La Sharia, altrimenti conosciuta come la legge islamica…

Il convenuto rimane un po’ perplesso, ma si congeda frettolosamente perché ormai il convegno è iniziato e lui non si è ancora registrato alla reception.

E già, la Sharia. Buffo no? Gli stessi, o quasi gli stessi, che paventano l’islamizzazione, che protestano per l’inaugurazione delle moschee sotto casa propria, poi vanno a braccetto con gli estremisti musulmani, non con i musulmani ‘normali’, i praticanti che pregano cinque volte al giorno e rispondono al richiamo del mullah ogni venerdì, ma quelli che mettono i burqa alle donne, pure gli sparano alle donne, se toccano i libri, perché devono rimanere ignoranti, e gli omosessuali non li fucilano per sprecare i colpi di mitra, li lapidano direttamente come si faceva con le adultere.

Insomma gli ultraortodossi cristiani e i talebani, sono fatti della stessa pasta: un solido ponte li unisce.

La cosa ancora più buffa è che li accomuna un ulteriore particolare. La Sharia, e pure il Corano non hanno una posizione univoca sull’omosessualità e neanche sulla sottomissione delle donne. Esistono tante Sharie quante sono le società islamiche, così come esistono tanti diversi dialetti arabi, ormai irriducibili ad un’unica lingua. Esistono e sono esistite tante culture coraniche e tante interpretazioni. Ma la Sharia o la Bibbia servono lo stesso a qualcuno che dice di trovare un certo versetto, per legittimare le sue paure, per continuare a non capire la storia degli uomini e a far finta di capire quella di Dio, per mettere sotto la propria donna, che non deve neanche essere in grado di leggerli i versetti, e per dire agli altri con chi devono andare a letto.

 

Galleria fotografica di Verona

Malta

Forse non capirai Malta.

Non parlo della lingua,

ché se anche sciogliessi l’amalgama d’idiomi,

ti troveresti in mano brandelli di storia e niente più.

Se cerchi di capire solo quello che ti sembra familiare,

ti sembrerà di capire a volte qualche parola, ma ti sfuggirà il senso.

Dovrai abbandonare un po’ di zavorre, se ti vuoi avvicinare a Malta

e se approderai riuscirai a capire qualcosa di più, anche di te.

Se vorrai averne solo un’idea, catturata con battito di diaframma,

ne avrai un’immagine parziale: ti sembrerà una fortezza di senso,

inespugnabile e chiusa come un’ostrica perlifera.

Se invece riuscirai ad accogliere l’amplesso

di genti e popoli, afferrerai un granello di sabbia,

uno degli infiniti che fluiscono nel soffio

dello scirocco e passano e si perdono nel complesso

delle cose del mondo. SAM_0561