Il ponte di Verona

Un sole timido intiepidisce le pietre del Ponte di Castelvecchio sull’Adige, a Verona: c’è gente che percorre l’arco del ponte a passo veloce, non ha tempo di guardare l’acqua del fiume che scorre né di gettare uno sguardo sulla città; oggi c’è il convegno. È da tempo ormai che si preparava il convegno: “bisogna ribadire il ruolo della famiglia”.

E questo che significa? Chiederebbe un ignaro passante ai convenuti di Verona.

C’è qualcuno che ha deciso di strappare i figli alle madri? O di sopprimere le gravidanze di donne che hanno concepito i loro pargoli in lecite nozze?

Niente di tutto questo, grazie a Dio!

O c’è chi ha pensato di separare coppie giustamente convolate a nozze? Ma neanche questo, voglia Iddio. E allora? C’è un disgraziato Governo che non sostiene economicamente le famiglie, non costruisce asili, lascia che siano i genitori a pagare rette altissime agli asili privati, non incentiva né difende il diritto alla maternità con permessi, garanzie di retribuzione?

Beh, a dire il vero… ma non è questo il punto.

– Oggi è in atto un attacco alla famiglia e alla sacralità stessa della vita. E poi c’è chi ha aizzato le donne che rivendicano la loro autodeterminazione diventando rancorose verso l’uomo. E le adozioni di coppie omosessuali, gli uteri in affitto. Insomma si mette in dubbio la forma più naturale di convivenza umana: la famiglia.

– Ma se esistono famiglie ‘diverse’, se orfani possono essere adottati anche da partner dello stesso sesso, se una coppia che non può avere figli utilizza i mezzi che la medicina gli offre, perché questo metterebbe in difficoltà la famiglia tradizionale?

– Perché è contro la Bibbia! È contro Dio!

– Ah, allora mi sa dire in quali versetti della Bibbia si parla di utero in affitto o di stepchild adoption…

– Ora ho fretta di andare al convegno e non ho tempo di scartabellare la Bibbia. Ma le dico subito che non ci sono riferimenti, perché si tratta di diavolerie moderne, queste cose non esistevano nel passato. Esiste nella Bibbia però la condanna dell’omosessualità.

– Ah sì, beh certo. E la sottomissione della donna?

– Quale sottomissione, scusi?

– Beh, che la donna sia rancorosa se pensa alla sua ovvia autodeterminazione, che il suo ruolo naturale è quello di stare a casa e sfornare figli?

– È un discorso lungo… Ma non vede come siamo andati a finire con queste famiglie disgregate e disgraziate: divorziati, bambini contesi, donne che fanno le manager e abbandonano i figli, i quali crescono senza un’educazione… I figli hanno bisogno di un riferimento costante, di una figura materna e di una paterna.

– Infatti, è il padre che però deve portare i soldi a casa e quindi si vede di meno, insomma, non sarà certo il padre a cambiare pannolini…

– Ma che dice? Le donne lavoratrici hanno creato una società di disperati: figli abbandonati anche se con genitori non divorziati, figuriamoci quando i genitori sono divisi!

– Insomma è la donna che si deve sacrificare.

– Non è un sacrificio: la maternità è un dono ed è, a detta di moltissime donne, il periodo più bello della vita!

– Anche degli uomini, direi…Sa, che le dico?

– Mi dica…

– Mi ha convinto. Ha ragione lei. C’è un testo dove queste cose stanno scritte per bene, dove le donne devono portare rispetto ai mariti, dove devono coprirsi e non mostrarsi in giro…

– Sì, sì giusto… anche questo. Ma non vede come vanno in giro, come si mostrano in televisione? Scosciate, scollate, sguaiate?

– Vero. E gli omosessuali non vanno tollerati, sono malati, corrotti, impuri.

– Esatto, una buona volta! È così, bisogna dirlo, basta con questa finta accondiscendenza.

– Guardi, mi spingerei anche a dire che vanno puniti in modo esemplare, con le frustate per esempio… lasciamo stare la lapidazione… ma ha avuto un suo senso in passato.

– E diciamolo, diciamolo, evviva! Allora vede che siamo d’accordo?

– Certo.

– E qual è questo testo?

– La Sharia, altrimenti conosciuta come la legge islamica…

Il convenuto rimane un po’ perplesso, ma si congeda frettolosamente perché ormai il convegno è iniziato e lui non si è ancora registrato alla reception.

E già, la Sharia. Buffo no? Gli stessi, o quasi gli stessi, che paventano l’islamizzazione, che protestano per l’inaugurazione delle moschee sotto casa propria, poi vanno a braccetto con gli estremisti musulmani, non con i musulmani ‘normali’, i praticanti che pregano cinque volte al giorno e rispondono al richiamo del mullah ogni venerdì, ma quelli che mettono i burqa alle donne, pure gli sparano alle donne, se toccano i libri, perché devono rimanere ignoranti, e gli omosessuali non li fucilano per sprecare i colpi di mitra, li lapidano direttamente come si faceva con le adultere.

Insomma gli ultraortodossi cristiani e i talebani, sono fatti della stessa pasta: un solido ponte li unisce.

La cosa ancora più buffa è che li accomuna un ulteriore particolare. La Sharia, e pure il Corano non hanno una posizione univoca sull’omosessualità e neanche sulla sottomissione delle donne. Esistono tante Sharie quante sono le società islamiche, così come esistono tanti diversi dialetti arabi, ormai irriducibili ad un’unica lingua. Esistono e sono esistite tante culture coraniche e tante interpretazioni. Ma la Sharia o la Bibbia servono lo stesso a qualcuno che dice di trovare un certo versetto, per legittimare le sue paure, per continuare a non capire la storia degli uomini e a far finta di capire quella di Dio, per mettere sotto la propria donna, che non deve neanche essere in grado di leggerli i versetti, e per dire agli altri con chi devono andare a letto.

 

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Malta

Forse non capirai Malta.

Non parlo della lingua,

ché se anche sciogliessi l’amalgama d’idiomi,

ti troveresti in mano brandelli di storia e niente più.

Se cerchi di capire solo quello che ti sembra familiare,

ti sembrerà di capire a volte qualche parola, ma ti sfuggirà il senso.

Dovrai abbandonare un po’ di zavorre, se ti vuoi avvicinare a Malta

e se approderai riuscirai a capire qualcosa di più, anche di te.

Se vorrai averne solo un’idea, catturata con battito di diaframma,

ne avrai un’immagine parziale: ti sembrerà una fortezza di senso,

inespugnabile e chiusa come un’ostrica perlifera.

Se invece riuscirai ad accogliere l’amplesso

di genti e popoli, afferrerai un granello di sabbia,

uno degli infiniti che fluiscono nel soffio

dello scirocco e passano e si perdono nel complesso

delle cose del mondo. SAM_0561

Empedocle

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ἄλλο δὲ τοι ἐρέω· φύσις οὐδενός ἐστιν ἁπάντων θνητῶν, οὐδέ τις οὐλομένου θανάτοιο τελευτή, ἀλλὰ μόνον μίξις τε διάλλαξίς τε μιγέντων ἐστί, φύσις δἐπὶ τοῖς ὀνομάζεται ἀνθρώποισιν.

Un’ altra cosa ti dirò. Non c’è né nascita né fine degli esseri mortali in una morte funesta; ma solo mescolanza e cambiamento di ciò che è stato mescolato. Nascita’ è solo un nome dato dagli uomini*.

In questo tempo che sembra sbagliato, che si fa fatica ad accettare, perché ci si sente circondati da gente che odia e distrugge, in questa notte in cui l’odio stesso sembra ovvio come il buio, vengono in mente le parole di Empedocle di Agrigento: frasi strappate a forza da brandelli di papiro, ritrovate nel brusio sommesso degli antichi, sopravvissute per miracolo ai morsi del tempo.

Dice che Neikos, il principio dell’odio, e Philotes, l’amore cosmico, si contendono da sempre l’universo, che si contrae nello Sfero rotondo e gioisce di avvolgente solitudine, e poi si separa nella deflagrazione, nell’esplosione del mondo, quando prevale l’odio nefasto, la guerra crudele al passo marziale di Ares.

Adesso domina Neikos: nei proclami di Salvini, nelle interviste ai razzisti della domenica, nei social frequentati dai mestieranti dell’odio digitale, che si augurano di vedere affondare i gommoni dei migranti, illudendosi che il male degli altri significhi il proprio bene. Adesso il vento della distruzione soffia forte, aizza fuochi e brucia, anima le le bocche sfacciate di chi manifesta coi fasci e sfoggia il saluto romano.

Ci si sente impotenti, perché i venti che spazzano il mondo sono più forti – sicuramente lo sono – ché non c’è da fare molto, si è incapaci a contrastare gli scherani, i giannizzeri e la massa inerte di chi tace e acconsente.

È una legge del cosmo: è inutile sbraitare ai venti e cercare di rintuzzare tutte le malefatte e le ingiustizie. Inutile è opporsi alla marea di bile che sale irrefrenabile. Inutile, fatica sprecata, questo è il tempo dell’odio, di Neikos vittorioso. Puntare le dita contro l’orrore, servirà a diffonderne ancora di più il male, come grattare i bubboni pestiferi: darà più coraggio ai massacratori e infonderà più timore negli ignavi.

C’è però da fare: custodire i semi per tempi migliori, proteggere le radici degli alberi che sono stati abbattuti e aspettare. Covare col corpo i germogli per quando verrà il tempo, quando le tenebre saranno disperse.

Un altro ancora è il dovere: mai essere come loro, non bere il loro veleno. Perché se poi il mondo che avranno in pugno sembrerà un inferno, e lo sembrerà, non abbiano alibi. Lo hanno fatto a loro immagine e si odieranno gli uni cogli altri, perché la vittoria di Neikos non è un paradiso per nessuno, nemmeno per i suoi idolatri.

L’etere impetuoso li ricaccia in mare e il mare li riversa sulla terra

e a sua volta la terra li scaglia nella vampa del sole luminoso,

che di nuovo li getta nei vortici dell’etere:
ogni elemento li riceve da un altro, ma tutti li scansano.
Ed io pure vado errando, esule da dio
per aver ceduto una volta all’odio rabbioso.*

*Frammenti di Empedocle: D.-K. 31 B 8 e B 115. Traduzione mia

Giulia

Sulle labbra riluce polvere d’ocra: un vezzo che non sarebbe piaciuto a tuo padre. Sei affacciata a guardare il mare, come facevi sempre dalla terrazza della villa che dava sulla punta dei venti.

Aspetti forse ancora quella nave?

Anche ora che quella terrazza non c’è più, sei al tuo posto, sebbene non ci siano più muri, né candore di marmi, ma solo qualche lancia d’agave piantata nelle pietre. Non ci sono neanche le colonne, né gli zampilli d’acqua, né l’incanto del roseto che accendeva il peristilio. Tutto è stato depredato dalla furia degli uomini.

Quest’angolo dell’isola doveva essere il tuo rifugio dal mondo: eri un grembo per generare prole di rango, una pedina nel gioco capriccioso delle alleanze e almeno qui eri fuori dalla scacchiera. Quali fossero i tuoi sentimenti non importava: tuo padre non poteva permettersi di assecondare la tua volontà ostinata, eri la sua garanzia per la successione. Per ben tre volte soffristi nozze forzate, che per ben tre volte finirono in matrimoni tristi. Ha vinto Livia, alla fine, che era sempre nelle orecchie di tuo padre, ma certo anche nel suo cuore. Livia per cui non fosti mai figlia, e come avresti potuto esserlo? Livia tramava per il suo di figlio, da imporre per la successione.

Guardi il mare e vedi Iullo che sulla prua scruta l’approdo dell’isola, mentre ti cerca con lo sguardo, coprendosi la fronte dal sole con la mano. Anche lui fu vittima della giostra del potere: fatale gli fu, come fu per te, il genitore. L’hai visto crescere nei giardini del Palazzo, che era un bambino, finché il suo corpo è diventato quello di un giovane uomo. Ed è allora che è diventato un nemico, non certo per te. Guardi il mare, come se dovesse venire ancora quella nave, che non è mai venuta.

Immagino che tu abbia risentimento nei confronti di tuo padre …

Inaspettatamente, in un sussurro di vento o nell’andirivieni della risacca che sciacqua i ciottoli arrotondati della battigia, rispondi.

– Dopo così tanto tempo … Ho capito che il confino su quest’isola è stato forse l’unico atto d’amore che poteva verso sua figlia. Era un uomo scaltro e determinato, e come lui tanti che gli stavano intorno. Dopo i secoli passati qui e ormai lontana da quei giorni, non riesco a provar rancore per chi è arrivato pure a voler cancellare di me il ricordo: era il suo modo di proteggermi, esiliandomi qui tra colonne e giochi d’acqua, venti, agavi e gli umori cangianti del mare. Certo, mi fa male ancora quello che ha patito Iullo, che era senza colpa: che colpa è esser figlio di un padre? Ma se avessi voluto una vendetta, peccatrice e colpevole agli occhi della morale ufficiale, avrei avuto pane per i miei denti. Dal mio stesso grembo sono nate altre come me, indomite e coraggiose. La morale di Stato, poi, è stata smascherata ad abbondanza dai venefici, dai lenocini, dagli intrighi e dai pugnali dei sicari. Pazzi ed etere, soldataglia ed ermafroditi hanno poggiato le terga sul trono del mondo, facendolo apparire per quello che è. In fondo sono rimasta al sicuro su quest’isola, che stupisce ogni giorno dei tramonti e dei venti e dell’umore del mare.

Almeno serbo il ricordo di Iullo, di cui nessuna damnatio mi priverà mai.

Complessità

Uno degli istinti più potenti nell’essere umano è quello alla semplificazione. É legato alla pulsione di autoconservazione, alla necessità di una reazione immediata a un pericolo immediato. Il problema è che l’istinto rimane anche quando non c’è una minaccia impellente: nessuna bestia feroce sta balzando dal fitto delle boscaglia.

Non accettare la complessità, la multifattorialità, l’intreccio delle concause, ma ricondurre tutto a ciò che si comprende con un colpo d’occhio e si afferra più rapidamente, come il primo corpo contundente che capita a portata di mano se un nemico ci sorprende e ritenere che questo spieghi da solo le combinazioni, le conseguenze, l’incrocio delle motivazioni … è questo un ostacolo al progresso, ma anche al benessere.

Per accettare la complessità, bisogna, in certo senso, imparare a non giudicare subito – soprattutto se si hanno pochi elementi di valutazione. Certe volte non è possibile risolvere tutti i nodi della matassa – ché il gomitolo non ha necessariamente un solo filo – ma molti, e nessuno di loro porta al nodo archetipico, mentre l’altro capo giace ormai in un’origine inarrivabile, invisibile per i molti tentativi fatti per afferrarla.

La semplificazione ha bisogno invece di arrivare sempre al bandolo, scioglierlo, e se non si riesce, eliminare le biforcazioni, quelli che sembrano rami morti, anche se non li si è ripercorsi fino in fondo, e ridurre tutto all’univocità e alla certezza, anche quando tutto sfugge all’uno per dipanarsi nel multiverso.

L’errore di semplificazione attende l’anima paziente che sappia disporsi con costanza alla ricerca ambiziosa, faticosa, intricata, ma ineluttabilmente vana. Ripagante è però l’accettazione della vanità della ricerca ostinata, la resa di perdersi nel labirinto del reale.

Amazing Grace

Non ero convinto della meta: flebile la motivazione che mi ci portava.

Mi aspettano mesi movimentati e una pausa, prima di un lungo girovagare, mi avrebbe fatto bene. Ma qualche volta (da parte mia spesso) si dà retta a istinti sotterranei, nemici della ragione e del buon senso. E però solo dando retta a quegli istinti si ricomincia a vivere a pieno regime. Diceva Bruce Chatwin che la stanzialità è un veleno mortale.

Appena ci si rimette in viaggio i sensi si acuiscono, primo fra tutti l’olfatto: è l’aria nuova e diversa che riattiva la circolazione dei pensieri e poi segue il resto: l’immaginazione e la scrittura fluiscono.

Al mattino presto Belfast è adagiata in una foschia sonnolenta.

Ancora nessun segno che questa città e il lembo di terra che la circonda siano stati contesi per secoli, a colpi di Cristo.

Ma basta guardare un po’ meglio e lunghi elenchi di vittime cucite nelle genealogie corrono sulle lapidi della città: come titoli di coda di un film non sembrano voler finire, come non smettono mai i rancori e i livori che hanno imbevuto la terra di sangue e bile.

Da un po’ di anni sembra tutto invisibile e in silenzio si mormorano ormai i torti e le ragioni, si rinovellano i morti, i fatti e le dicerie: la contabilità dell’odio è un registro tenuto con acribia e scrupolo. Il tempo non annacqua la rancura, la nasconde nei nomi delle strade, sui murales che squarciano i muri, sulle bandiere che sventolano come drappi funebri.

A Belfast West si parla gaelico, che è una lingua estinta altrove: a leggerlo sembra di osservare un fossile vivo, una stranezza sopravvissuta a ere lontane, che pure ancora risuona passando nelle bocche, facendo schioccare le lingue, raschiare i palati. Vive attaccato alle pareti di Belfast West. É sopravvissuto per disperazione e accanimento e per poter dire che noi non siamo come voi, e perché vittime e carnefici siano divisi anche dall’incomunicabilità.

Belfast West non sta nelle cartine turistiche gratuite, quelle piene di pubblicità, quelle che mettono in evidenza gli highlights, e i negozi delle grandi marche. Belfast West è separata dal resto delle città da un lungo corridoio di strade vuote, dove al massimo sorgono capannoni e depositi dei bus.

Non ha nulla della Belfast East, quella che si atteggia a sobborgo di Londra, all’ovest la città è fatta di piccolissime e bassissime case di mattoni, con davanti giardini dove campeggiano statue di Cristi oranti o Madonne pietose: Belfast West è cattolicissima.

Davanti al monastero di Clonard, in occasione della Novena Solenne, alle 9 del mattino di un giorno feriale, processioni di fedeli si confessano perfino fuori dalla Chiesa: le file continuano dentro alle navate. Un lungo lavacro di coscienze. Fuori dal monastero di Clonard riecheggia “Amazing Grace”.

A Belfast West rimangono ancora affissi i manifesti della campagna elettorale dello Sinn Fein (filo-repubblicani e cattolici) nemici dei protestanti unionisti. Qui gli odi di religione sono passati indenni a secoli di guerre, sopravvissuti ai roghi e alle carneficine in nome di Cristo. Chissà se è per solo amore di contrapposizione che il matrimonio omosessuale è sostenuto dai cattolici dello Sinn Fein e osteggiato dai protestanti del DUP.

The Lord has promised good to me…
His word my hope secures.
He will my shield and portion be…
as long as life endures.

Molti i piccoli negozi (Siopa), alcuni di fiori altri che vendono un po’ di tutto, ma in vetrina campeggiano spesso file di ceri funebri. A leggere i libri e a visitare i musei la Storia e suoi morti sembrano immagini impresse nel marmo, così come nelle linee di carta della scrittura. Qui a Belfast West, invece, sono troppo recenti le vittime perché il marmo le raffreddi: cammei di plastica ne incorniciano i sorrisi su volti giovani per sempre.

I once was lost but now am found,
Was blind, but now, I see.

Il vecchio faro

Se ne sta spento e abbandonato sullo stesso sperone di roccia dove, in passato, avvisava le navi lontane, col suo urlo di luce nel mare. Girava lo sguardo elettrico intorno a sé e il suo occhio guardingo era captato a distanza, trapassava la coltre di nebbia e la notte.

Ma un giorno gli uomini abbandonarono il faro e il suo occhio si spense per sempre. Rimase la lucerna con l’occhio di cristallo montato su un anello arrugginito che però non girava più.

Ormai irriso dalle tempeste, ha gli intonaci scalcinati, le finestre coi vetri spaccati, abitate da nidi di gabbiani voraci. Lungo il fusto della torre si arrampicano le crepe.

Nella notte sale la marea, ma dietro si addensa una mandria di onde, un tumulto che viene non si sa da quale orizzonte, una rabbia che carica, invisibile nell’oscurità. Il vecchio faro sta sul suo sperone, inerme, non ha resistenza da opporre all’ennesimo insulto dell’acqua.

E l’acqua si ritira nella risacca, gorgogliando sui ciottoli e lasciando nuda la spiaggia, che si allunga verso il mare lontano. Il risucchio dell’acqua è quasi un riso sommesso che la massa dell’onda ingoia. Mentre s’ingrossa, la marea cova lontano e ride la sua minaccia nel suo ventre immenso. Il faro ristà davanti all’orizzonte buio, con la sua torre malferma. Nella lanterna l’occhio è immobile e cieco nell’anello di ruggine.

Ed ecco che carica e irrompe un cavallone che s’alza improvviso sulla spiaggia, una cresta di schiume che balena sotto la falce di luna. L’urto sullo scoglio ha un boato che scuote la roccia profonda, è uno schiaffo d’acqua alla terra. Trema alla base la torre del faro, avanzano avide le crepe verso l’alto, sbatte e s’impenna l’onda di acqua nera e sopravanza la torre. Dal viluppo di schiume che frizzano rispunta la lanterna madida e ubriaca, l’occhio affogato nell’acqua, mentre la risacca deglutisce le onde che tornano indietro nel lago nero dell’orizzonte irrequieto.

E’ solo la tregua di un attimo, mentre l’onda riceve la massa dell’acqua che chiama a raccolta dalle correnti, accoglie il contributo dei venti che infuriano in aria e spazzano il mare. E di nuovo l’onda cavalca verso la terra e si arrotola sulla spiaggia, che è una pista spianata verso lo scoglio del faro. E allora un rombo squassa la roccia e diffonde un tremore che incrina la torre del faro, la scuote e la stordisce con un manrovescio sonoro che disincaglia l’anello di ferro dell’occhio del faro.

Gira allora inattesa la vecchia pupilla di cristallo, spenta, che però si riaccende in un attimo alla luce della falce di luna, e roteando per la violenza dell’acqua protende ancora lo sguardo luminoso nel buio, cigolando sull’anello di ferro.

Coglie il bagliore improvviso una nave all’orizzonte, stupito il comandante non aveva neanche più la menzione del faro nelle sue carte. E l’onda sembra voler caricare per punire l’affronto e chiudere per sempre la partita e punta covando il suo rombo e richiamando a raccolta le correnti. Ma il vento nel frattempo è cambiato e presta meno forza ai cavalloni, che battono lo scoglio del faro, ma la loro furia si disperde in schizzi e scrosci imbelli.

Rimane il faro a vegliare ciò che resta della notte.